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XXMIGLIA, OLTRE LE COLONNE D’ERCOLE, DOVE PRECIPITA LO STATO DI DIRITTO

La militarizzazione dei territori si può, oltre che praticare, riprodurre infinite volte. Una volta molti di noi dicevano “pensa globale, agisci locale”, un motto che aveva un significato forte e stava ad indicare un metodo. Ora però la dicotomia locale globale pare essere diventata anche un modello repressivo adottato dalle forze di polizia in tutto il loro variegato carrozzone di apparati (polizia, carabinieri, alpini, magistrati, prefetti, questori, blindati, reparti) e dai rispettivi governi. Infatti se sui media ad ampio raggio i nodi del potere politico europeo (Renzi in primis) difendono democrazia ed illuminismo, uguaglianza e libertà, assumendo il piano globale di ultimo baluardo rispetto la barbarie, almeno a parole, sul piano locale reprimono senza mezzi termini tutto quello che potrebbe essere inteso come dissenso, passando come una maglio non solo sulle metropoli, ma anche sulle piccole valli, siano esse un luogo strategico come un confine o tutto ciò che può velocemente diventarlo. Renzi guida un tandem maleodorante scambiando pedalate continue con il populismo di Salvini, accrescendo ed esasperando tutti i livelli di lotta, tra un predico bene razzolo male, razzola tu che predico io, predica tu che razzolo io; vengono confusi continuamente i piani ed i livelli sociali, distraendo a più non posso occhi e orecchie di persone che hanno sviluppato negli anni una motivata sorda-cecità. E così basta partire con un centinaio di biciclette per trovarsi schierato davanti direttamente il ministero con decine di mezzi, un’infinità di uomini, organismi mostruosi su cui il potere cade goccia a goccia e si inasprisce da Alfano fino a funzionari militanti, passando poi per questori militari. L’uso della forza massiccia a chiudere una strada di Montagna su di un canyon torrentizio, un luogo sperduto e piacevolmente decresciuto nell’entroterra della val Roya, un luogo che da anni lotta contro la devastazione di un folle progetto infrastrutturale (il tenda bis). Un posto che non era stato militarizzato a tali livelli dai tempi in cui i francesi provavano ad infilarsi attraverso ogni pertugio ad est per devastare i Savoia, cioè dalla fine del ‘700. Non è solo una questione di pratiche di piazza, per timore che i migranti valichino il confine jeep e blindati battono Olivetta e Fanghetto ogni giorno, piccoli paesi in cui si muovono pressioni politiche ed alabarde che sembra quasi il governo messicano a cercare di schiacciare le piccole valli del Chiapas, sostituendo sub-comandante ed un popolo in cammino con attivisti e migranti in transito. La politica istituzionale fa un passo indietro per impotenza o per sagacia, lasciando ormai i movimenti, che hanno un portato di idee oltre che di corpi, a relazionarsi esclusivamente con uno sciame bellico, uno stato di polizia permanente. Così anche nel piccolo ponente ligure si può subire la militarizzazione dei fiumi, delle città, dei pensieri, degli occhi, dei cuori. Anche nel piccolo ponente ligure, dove il conflitto materiale (quello che sollecita i rapporti di forza reali dello scontro fisico tra parti sociali e potere) non si è mai verificato, ogni giorno ci sono deportazioni, coercizioni e detenzioni illegali-immorali di migranti, violenze, denunce, fogli di via e lettere scarlatte (come la notifica della “pericolosità sociale”) impressa a fuoco sulla pelle degli attivisti. Le violenze sui corpi, quelli dei migranti, che non riescono ad imporre alle istituzioni il diritto base di autodeterminarsi come persone benché lottino collettivamente con tenacia su questo territorio da più di un anno. In questo gioco brutale viene assorbita ogni cosa, le ditte di trasporto locale, le strade statali e provinciali, le amministrazioni. Perfino i cittadini che volontariamente si prestano ad uno slancio di solidarietà, le associazioni, vengono continuamente compressi in dinamiche forti, a volte scelte obbligate, dove lo schema di espressione militare dello stato, con una pesante dimensione logistica, tenta di vanificare energie e risorse. Serve un ragionamento collettivo su come emergere in spazio ed agibilità, su come respingere la pesantezza di questa dimensione di continuo esercizio della forza, serve una visione che possa sparigliare le carte e le mappe dell’assedio; riuscire ad imporre la libertà di “movimento” per tutti e tutte, donne e uomini, migranti ed attivisti.

 

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CSA LA TALPA E L’OROLOGIO

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